Lorenzo Letta
11 Luglio 2026
Di padre in figlia
Temo di non riuscire a trasmettere a mia figlia l’amore e la passione per questi colori
chi le scrive lo fa in una molteplice veste. La prima è quella di tifoso della Lazio; la seconda è da componente del comitato organizzatore degli Stati Generali della Lazialità; in ultimo, da membro di quella chat di laziali che gravitano nei palazzi del Parlamento. Ho 38 anni e da che ho memoria la Lazio è la religione laica della mia vita, amore trasmesso da mio padre, e da mio nonno trasmesso a lui. La mia famiglia ha origini lontane da Roma: i miei bisnonni erano esuli della fu Costantinopoli, trasferiti a Salonicco prima e a Roma poi; fu all’epoca che mio nonno scelse la Lazio, quella Lazio che aveva la Grecia tra i suoi principi ispiratori.
La Lazio con l’aquila per stemma, quell’amata aquila che gli ricordava Costantinopoli. Rifletto spesso su questa storia, perché non riesco ad arrendermi al fatto che il mio amore, che viene da così lontano, sia adesso in pericolo non solo sportivo, ma identitario.
Ho una figlia a cui vorrei tramandare l’antico amore, un’eredità spirituale di lazialità che, oggi, temo che non sarò in grado di trasmetterle per tutte le stucchevoli vicende che stanno accadendo. Lo temo, dottore, perché io per primo, oggi, non mi abbonerò per la prima volta da quando sono bambino. Lo temo perché ho passato la scorsa stagione a sfogliare le partite della Lazio non più con la palpitazione dell’amore febbrile, ma con il passivo coinvolgimento con cui si guarda un film. Ho provato un sussulto, più divertito che coinvolto, nei rigori di Atalanta-Lazio, ma niente di più. Neppure i derby persi mi hanno gettato nello sconforto, perché l’apatia si era annidata per prima nel mio cuore, un cuore che ha sempre pulsato e trovato vita nell’amore per la Lazio, nelle traversie come nelle glorie.
E così mi è scivolata via, distratta, persino la finale con l’Inter, passata più a chiacchierare con gli amici di una vita al bar della Tribuna Tevere, che effettivamente sugli spalti, quegli spalti così vicini a pochi passi da noi ma così lontani da quello che avevano significato per tutta una vita. Devo farle una confessione, dottore: un tifoso che soffre per la sua squadra io, oggi, lo invidio molto più di un tifoso che vince. Vorrei essere lui, perché solo chi sa soffrire è ancora vivo, perché nell’agone della sofferenza si cela l'anelito di chi aspira a un futuro migliore. Io, di fronte a me, questo futuro non riesco a scorgerlo. Più assottiglio lo sguardo, più il buio di questa gestione assume i contorni di una zattera in alto mare.
La ringrazio per essersi impegnato in prima persona con il giornale «Il Tempo», scuotendo questo ambiente da quel torpore in cui stava lentamente affogando, facendoci respirare a pieni polmoni boccate di quello stile elegante e signorile con il quale siamo cresciuti, e in cui la mia generazione ha avuto la fortuna di vivere l’infanzia più bella di sempre per un tifoso della Lazio.
Oggi, agli Stati Generali, saremo lì per tenere alto il buon nome della nostra grande comunità di destino, e per dimostrare che i Laziali non sono mai stati, non sono, e non saranno mai quel popolo malsano che è stato raccontato in questi anni da una narrazione sbagliata. Perché se a mio padre da ragazzo è stato concesso di amare Giorgio Chinaglia, e io sono stato svezzato a pane e giocate di Beppe Signori, qualcuno dovrà assumersi la responsabilità se i bambini di oggi, allo stadio, invocano Nico Paz sul 3-0 per la squadra avversaria in quel caso il Como, in un episodio che ha segnato in negativo la storia del nostro club. Sempre forza Lazio.
