Massimiliano Ricci
30 Giugno 2026
Gli Stati Generali della Lazialità
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
Gentile direttore, la ringrazio per l'attenzione che il suo giornale dedica da tempo al popolo laziale. La voce dei tifosi della Lazio non è mai mancata: vive da sempre nel tifo organizzato, corre sui social, si fa sentire ovunque. Semmai, in questi anni una parte della stampa ha provato ad abbassarla, quando non a criticarla. «Il Tempo» ha fatto il proprio mestiere, l'opposto: ascoltare i suoi lettori. È una fedeltà antica. Nel giugno del 1988, quando la Lazio batté il Taranto e tornò in Serie A dopo tre stagioni in Serie B, la Curva Nord era un cantiere per i lavori di Italia '90 e sulle sue macerie sventolò un enorme «Forza Lazio» firmato proprio «Il Tempo». I laziali certe cose non le dimenticano.
Le scrivo da semplice tifoso. Vale la pena registrare, con freddezza e al di là di ogni polemica, quanto accaduto negli ultimi mesi. In tanti, decine di migliaia di laziali, hanno sentito il bisogno di mettere nero su bianco la propria appartenenza, ricordando a tutti che la tifoseria della Lazio è, prima di ogni risultato, un patrimonio di affetto e di valori. È un dato oggettivo, ed è il punto da cui ripartire. La lazialità, in fondo, non è proprietà di nessuno. Appartiene a chi la porta dentro e la tramanda. Il laziale va oltre una vittoria, va oltre un trionfo, non pretende di vincere ma ambisce a sognare. È proprio il diritto a sognare ciò che oggi ogni tifoso torna a rivendicare.
Insieme al sogno, c'è un punto che ogni laziale considera non negoziabile, il rispetto. Si può accettare una stagione difficile, persino un'annata senza trofei. Non si accetta di essere presi in giro, di vedere mortificata la propria dignità, tanto meno di essere offesi da chi quei colori ha il dovere di rappresentare. Questo, per un tifoso, è davvero inaccettabile.
C'è, in questo, una consapevolezza nuova: per riappropriarsi della propria lazialità occorre lamentarsi di meno e agire di più, perché il mondo va avanti e non aspetta nessuno. Non si tratta di voltare le spalle a niente, ma di tornare protagonisti, di rimettere a disposizione passione e competenze perché questa storia continui a crescere.
Mi viene in mente Dante. Il laziale, oggi, somiglia un poco al pellegrino che attraversa la selva oscura senza aver smarrito la voglia di ritrovare la strada, sicuro che oltre il passaggio più duro ci siano ancora le stelle da rivedere. È un'idea di rinascita che non chiede nulla a nessuno se non a se stessi, quella di rimettersi in cammino.
Per questo, l'11 luglio, mi auguro di ritrovare tanti laziali a «Gli Stati Generali della Lazialità», un momento per ritrovarci tra tifosi e guardare avanti con serenità. Chi sente questo richiamo è il benvenuto. Ogni tifoso è pronto a mettersi alle spalle il tempo dell'attesa e a riveder le stelle.
